logo_small  





Articoli
 
SILENCIO! L'ORCHESTRA
di Franco Finocchiaro
Inedito, maggio 2007

https://www.imorlx.cn

 

 

 

 

omage replica ospitare per la seconda volta il Cuarteto Silencio, una delle formazioni più interessanti ed insieme più attrezzate nel proporre un repertorio adatto ad essere protagonista per una serata di tango sociale.
Il Cuarteto Silencio è la formazione ridotta di un’orchestra che riesce ad essere se stessa, facendo propria una polisemia stilistica in cui si alternano sfaccettature diverse ed in alcuni casi giustapposte.
Questa emersione di molteplici orientamenti, comune ad altri musicisti di tango contemporanei, scopre anche negli interpreti di questa musica un’attitudine verso il postmoderno, vale a dire verso un’identità refrattaria a qualsiasi inquadramento concettuale (in linea con ciò che si apprende dagli illuminanti saggi di Zygmund Bauman), in una sorta di elogio dello spazio dove tutti gli stili Cartier replica sono compresenti e nessuno di questi è sorgivo.
Se è vero che nella loro musica non c’è nulla di nuovo, è vero anche che nulla può ripetersi identico ma che tutto ritorna rinnovato, secondo un pensiero che parte dall’antica cultura zen e giunge alle radici della modernità con l’eterno ritorno Cartier replicas nietzscheano.
Forse questo è l’approdo augurabile alla nostra coscienza contemporanea, questa possibilità di sentire quanto illusorio sia affrancare dall’ombra ciò che è anacronistico, quanto assurdo sia voler ripetere ciò che mai più vivrà, ed insieme quanto sia giusto attendersi la sua riapparizione con un volto diverso, disegnato con il piacere per un certo gusto aforistico che interpreta le invenzioni impalpabili della rêverie.
Il progetto artistico del Cuarteto Silencio si inquadra esattamente in questa prospettiva, votando all’erranza il proprio modus operandi per evitare di sposare pedissequamente un modello preciso, come accade per altre orchestre che calcano i palcoscenici nel terzo millennio.
Per loro, abitare il tango è un po’ come muoversi su una macchina del tempo, che in pochissimi istanti ti può portare in qualsiasi punto dell’universo delle sue creazioni, da El portenito, milonga composta da Villoldo nei primi anni del secolo e suonato con intenzione darienziana, a Nocturna, milonga composta da Julián Plaza alla fine degli anni d’oro ed interpretata con un vivace sabor troileano (con queste due pagine il quartetto ha terminato la prima delle tre parti del suo concerto).
Questa flessibilità, esercitata sempre con la massima attenzione verso i gusti dei ballerini, consente al quartetto di comportarsi come farebbe un ipotetico musicalizador, slittando dalle evidenti affinità elettive con la maquina tanguera di Pugliese (Malandraca, Negracha, El andariego) e con l’intramontabile luminosità oracolare di Troilo (La bordona, Responso, Quejas de bandoneon), alle citazioni dell’eleganza di Di Sarli (La cumparsita) e del cristallino, tardo Fresedo (La viruta); dall’impetuoso e struggente Piazzolla (Milonga del Ángel, Triunfal, S.V.P.), alla energica parodia dell’incalzante D’Arienzo (Julie). Il pianista e leader Roger Helou, da buon arrangiatore crea dall’alto della sua conoscenza di queste generose sorgenti, una sorta di teatro illusionistico, adoperando tutta una serie di convenzioni che compongono l’arsenale dei trucchi del mestiere. Manipolando con discrezione il modello originario, Helou permette all’ascoltatore di indovinare (almeno a quello più educato all’audiopercezione) la matrice espressiva da cui ha preso il via il suo arrangiamento.
L’introduzione di questi elementi di personalizzazione riguardano alcuni accorgimenti metrici, sintattici e retorici (di straordinaria efficacia, ad esempio, l’imprevista ed inaudita sospensione nella seconda frase di Quejas de bandoneon), che si ripercuotono nel fraseggio, nelle intensità dinamiche ed in alcuni dettagli ritmici: nessuna sofisticazione intellettuale altera l’armonia che resta immutata nella sua semplicità originaria.
Tutto questo è accompagnato da una carica speciale che è il vettore della sostanza di un carattere genuino e fresco, conservato nell’accumulazione degli stili e nelle impeccabili strutture formali stilizzate intorno all’infallibilità emozionale delle melodie scelte per il repertorio. 
Il loro programma è declinato da interpretazioni luminose che hanno il dono di esprimersi con un’energia così vivace ed elastica, da avere pochi confronti nel panorama delle orchestre oggi in circolazione.
Riascoltarli per la terza volta ha ripetuto per me l’esperienza appagante della prima, confermando la smagliante attitudine verso il senso narrativo degli arrangiamenti, per un pathos teatrale e sulfureo, polifonico e febbrile.
Un pathos che è parte intrinseca nella natura del tango, la limpidezza sognante e incantata della sua lingua; il sentimento mistico della bellezza racchiusa nella sua povertà.
L’onda del respiro, il gioco, l’ansia, la passione, emergono dall’acuta capacità di modulare la sonorità dei timbri.
Tango dopo tango, si percepisce riecheggiare in una mescolanza sensuale, quasi magica, quella severità e quella dolcezza, quel palpito esistenziale e popolare su cui è fondata la visione poetica, quando viene mutuata dall’udire.
La musica vibra nell’aria, disegnando forme ora floreali, ora geometriche, mentre si ha l’impressione di vedere nella pista ballerini danzare con gesti leggeri, come muovendosi lungo un filo teso sul nulla.
In questa “funzionalità” di tutti i suoi elementi, la musica dei Silencio non rinuncia al piacere, al lusso di spezzarsi e ricucirsi di continuo, nell’intreccio degli arrangiamenti originali, sovrapponendo sequenze di fragili trasparenze o di robusta materia, sul fondale poderoso tessuto vigorosamente dal contrabbasso strapazzato da Winnie Holzenkamp. 
La mobilità dei corpi, la vivacità delle occhiate, l’astuzia di cenni segreti che di continuo si scambiano i quattro musicisti, hanno il valore di un inno alla musica d’insieme come momento di vitalità, opportunità gioiosa di comunicare invenzioni e sottolineare complicità.
Il più reattivo nell’abbandonarsi alla gestualità, confessando così il piacere di condividere i passaggi musicali più effervescenti, è senz’altro il bandoneonista di natali uruguayani, José Luis Bentancor, aspetto luciferino e spirito dionisiaco, unità inscindibile di anima e corpo.
Coniugando tra loro le corde più diverse, dalla metafisica all’ironia, giungendo persino alla frivolezza, Betancor dà il meglio di sé proprio nel cuarteto, quando si sente libero di creare all’istante guizzi virtuosistici e quindi quando non è costretto alla disciplina indispensabile della fila di bandoneones cadeneros.
Nell’agitare il suo bandoneon, incurvato, sinuoso e serpentino Betancor è regista consumato di movimenti spettacolari, di gesti da manierista supremo che accompagnano il suo fraseggiare sempre in bilico, o in dissolvenza, tra il volto semplice di una melodia e quello fantasmatico di un repentino arabesco.
Intorno a questa recita nella recita, Roger Helou detta il timing e sceglie al momento il susseguirsi dei brani che suona ormai a memoria con un pianismo agile ed elegante, in alcune circostanze fin troppo contenuto e leggero, soprattutto nella parte sinistra della tastiera e forse per via dei ritorni di un’amplificazione per altro ottima dal lato del pubblico. 
Nell’affollatissimo salone della Ca’ Bianca, il più penalizzato dall’amplificazione risulta però il violinista Giovanni Barbato, infastidito al punto da non riuscire ad avere il completo dominio dell’intonazione in alcuni passaggi particolarmente esposti e delicati. Intonazione che peraltro appare corretta nella registrazione del cd inciso con tutta l’Orquesta Silencio, in cui figura Alfredo Marcucci come bandoneonista invitato, un clarinetto basso suonato dalla cubana Lanet Flores, e due cantanti, Andres Ramos e el cantorazo Omar Fernandez. 
Le undici composizioni (più una versione di Su ojos se cerraron come bonus track) contenute nella prima raccolta dell’Orquesta Silenzio, si gettano con tutto il loro entusiasmo e la loro qualità nella mischia delle svariate produzioni di questa euforica èra del tango, provando a riformulare con un sentimento sincero, la nostalgica inattualità di una mitologica età dell’oro. 
Questo, fino a nuovo ordine, sembra essere l’unico indirizzo utile, quando si desidera proporre il tango con il suo linguaggio più evoluto, nel quadro di un’estetica contemporanea che sappia coinvolgere la platea internazionale dei ballerini. 
Linea programmatica difficile da condividere con i fedeli del tango più confusi, quelli che credono di cogliere i semi di un tempo vivo solo nei prodotti commerciali realizzati dai santoni del cosiddetto elettrotango, una degenerazione tecnologica che non ha nulla a che vedere con l’evoluzione del linguaggio del tango, ma piuttosto con certe sonorità affini ai cosiddetti “nonluoghi” (… quelli che, nell’omonimo saggio, l’etnologo Marc Augé contrappone agli spazi antropologici di cui la milonga è un paradigma).

 

 

 

 

 

©2007 Franco Finocchiaro

È vietata la riproduzione del testo senza autorizzazione dell’Autore, anche in qualsiasi sua singola parte e in qualsiasi tipo di supporto, in quanto di proprietà di Franco Finocchiaro, a cui sono riservati i diritti d’autore.