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UNA AVVENTURA NEL TANGO
di Franco Finocchiaro
'Il giornale della musica', 1, 2009

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 è il “diario di viaggio” che documenta il grand tour compiuto dal suo autore, Haim Burstin, nei bizzarri orizzonti del tango mondializzato.paschermontres.fr Il libro di Brustin, impreziosito da molteplici citazioni che donano una solida consistenza culturale al testo, si focalizza soprattutto sulle questioni inerenti al ballo che lui stesso ha il piacere di praticare. Il tema centrale riflette sostanzialmente sull’impatto contemporaneo che hanno le eredità mutuate dalla tradizione di questa disciplina e sulle ipotesi di futuro che sembrano affacciarsi dal punto di vista estetico, ma anche sociale ed antropologico. In questo quadro, l’indagine illustra attraverso le acute osservazioni di un viaggiatore avvertito come Burstin, le luci e le ombre della nuova comunità tanguera dei ballerini: transcontinentale, multigenerazionale ed eterogenea per età, classi sociali e stili. Se il tango è stato “ritrovato”, per l’ennesima volta, gran parte del merito della sua ultima renaissance coincide con il progressivo allargarsi del fenomeno del ballo. L’interesse polarizzato intorno ad esso, con un’effervescenza che si manifesta nel moltiplicarsi di milongas, corsi, associazioni, stages, festival, pubblicazioni, fa rilevare a  Burstin una divaricazione nell’approccio da parte di suoi aficionados. Emerge infatti che se da un lato molti di loro credono in un tango indifferente al fluire della storia, cioè prigioniero di una “cornice metastorica”, una minoranza si cimenta nell’impresa di rileggere, quando non riscrivere, il suo patrimonio ereditario. Se i primi sono affascinati dell’aspetto conservativo che in alcuni casi assume le rigidità del fondamentalismo, gli altri padroneggiano tecniche evolutive che paradossalmente finiscono spesso per svuotare di senso la danza. In entrambi i casi, la passione per il ballo che accomuna i tangueros in ogni angolo del globo terracqueo, all’infuori dell’Argentina e dell’Uruguay,  è affrontata con un approccio superficiale rispetto alla cultura di cui questo ballo è solo un aspetto (derivato dalla musica). Cultura pervasa da quel “sentire il tempo che passa”  il quale, secondo  Ernesto Sábato, è un sintomatico indicatore della identità argentina. In sostanza, con leggerezza imbevuta  di garbo, la tesi dell’autore ci spiega come la natura mutevole, sottile, carnale, avvolgente ed intrigante di questo ballo si possa cogliere solo quando nel suo movimento osservabile abita la “cosa mentale” che contribuisce a dipingere uno sfondo opaco alla sua smagliante trasparenza. Solo approfondendo questo aspetto che è direttamente connesso allo sviluppo di una sensibilità culturale, la tecnica del movimento non sarà ferita da tic, anacronismi, mode, trovate, equivoci e luoghi comuni, ed il dialogo nella danza potrà scorrere nel madreperlaceo palpitare del tempo “attraverso i corpi, i movimenti, la musica” per farsi dionisiaco, e non solo “esaltante“ come lo descrive Burstin.