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LOCA ELLA Y LOCO YO: ANTOLOGIA POETICA DI HORACIO FERRER
Franco Finocchiaro (inedito)

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Liberodiscrivere® edizioni. Collana: Nuda Poesia N. 31; testo a fronte; 388 pp.; € 22.

 

La poesia è un’offerta; si prefigge Il compito di conservare nelle parole l’intuizione che essa ha vissuto nel loro suono (Yves Bonnefoy)

 

Trascinate da una corrente di leggerezza, la poesia e la vita di Horacio Ferrer sono intrattenute all’interno del medesimo cerchio. Chi ha potuto conoscere il suo talento poliedrico e sciamanico attraverso le poesie, i tangos, i recital che instancabilmente produce, sa perfettamente come questo straordinario autore coltivi il proprio spirito dionisiaco con l’attitudine a misurare il mondo nella dimensione dello sguardo che si fa parola, e dalla parola fa ritorno alle cose e alla luce di chi le ha guardate. La sua vocazione eccentrica si esprime con la voce di una  specie di simbolismo del Sud, pronunciato come eclettica miscela fusa nel crogiuolo culturale del latinoamerica. Del simbolismo francese, si distinguono diversi concetti; quello per cui la poesia è musica; quello che utilizza la parola in maniera evocativa e non descrittiva attraverso figure retoriche quali la metafora, la sinestesia, l’analogia; quello secondo cui il poeta è un veggente; quello, infine, di un’idea di spiritualità ma questa volta coniugata al duende specifico del tango con un’insistenza assidua per cui la sua la poesia ed il tango interagiscono come ubbidendo al principio dei vasi comunicanti. Ferrer ha felicemente sposato questa estetica, restando ancora capace di osservare con ironia, magia, incanto, senza preoccuparsi di risultare inattuale nel suo vibrare profondamente  per le passioni umane colte nel loro stato di purezza aurorale, secondo uno dei rari approdi augurabili alla coscienza infelice dell’Occidente. Con il favore di un testo a fronte risultante da una traduzione coraggiosa che con minime modulazioni della lettera, si attiene al gioco dei significanti fioriti nella lingua di partenza, il lettore italiano che ha poca dimestichezza con la lingua castigliana e le sue originali sfumature bonareensi, potrà finalmente incantarsi di fronte all’emozionante antologia poetica che raccoglie un’ampia sintesi dei versi scritti da Horacio Ferrer in mezzo secolo di dedizione alla poesia ed al tango. Inoltre, il traduttore dimostra il suo coinvolgimento ed il suo piacere, riuscendo a giocare anche con l’invenzione per restituire il delicatissimo legame che corre tra il suono della parola e la sua figura. Così, questa collezione di inconsueta ricchezza, pubblicata dalle Edizioni Liberodiscrivere con l’emblematico titolo Loca ella y loco yo in cui è esplicito il rimando al verso conclusivo della celebre Balada para un Loco creata da Ferrer nel 1968 insieme alla musica di Astor Piazzolla, fa emergere anche dalla rapidità di una lettura veloce, l’opera di un poeta che governa con assoluta padronanza la concertazione musicale della sua scrittura. Questo piacere nell’utilizzare una caleidoscopica strumentazione poetica ci accoglie in un’opera da fruire scansando sofismi; un’opera che ci invita ad imboccare la  via diretta che immette alla vertigine della sua irriducibile evidenza. Ma non è tutto qui, e ben lo sa chi ha avuto il piacere di intrattenersi per tutto il tempo necessario richiesto dai versi del poeta montevideano, affinchè questi potessero rendersi visibili e udibili fino in fondo. Chi si è armato di questa pazienza con l’intenzione di stringere il campo su una osservazione più minuziosa dei dettagli, ha potuto imbattersi fatalmente in una costellazione di squisite miniature verbali dove densità e rarefazione, erudizione e gioioso gioco bizantino si bilanciano; dove anche le allusioni più sfumate mostrano la propria geometria immaginifica; dove il linguaggio è come sollecitato a farsi rivelazione, svelando i segreti che riposano nelle pieghe del suo corpo per restituircelo come organismo vivo ed inesauribile; dove la ricchezza della scrittura sa esattamente quando arrestarsi per non divenire ridondante; dove, in definitiva, l’artiglieria semantica e figurale dei versi non ha nulla di minore o laterale rispetto al magistero cristallino della migliore poesia novecentesca. Proprio con queste (involontarie) incursioni nel campo vibrante e fertile della poesia indicata con sgradevole pomposità dalla critica col nome di “ufficiale”, Ferrer  ha favorito quelle germinali forme di sconfinamento espressivo atteso dalla poesia del tango che, fino allo schiudersi dei primi versi del suo Cancionero Canyengue (1967), non era riuscita ad aprirsi un varco per farsi accettare dal mondo austero dell’accademia letteraria (a proposito rimando alle velenose opinioni di Borges sopra il tango cancion, prolifica palestra di parolieri che in alcuni casi si sono distinti, conquistandosi il titolo di poeti popolari, se non qualcosa di più come nei casi di Manzi, Exposito  e Castillo (quest’ultimo, stupito lettore che ha lasciato un’emozionante quanto celebre introduzione al Cancionero Canyengue precedentemente citato). Attraverso il proprio respiro di cristallo e i propri sogni stravaganti, Ferrer fa compiere alla poesia del tango una sostanziale rivoluzione portando al collasso il collante logico nella declinazione dei versi. Il suo mondo immaginifico irrompe con una verve creativa pari a quella che il tango stava conoscendo sul versante musicale per mano di Astor Piazzolla: un’empatia che prestissimo ha spinto i due ad unire le loro forze, con l’entusiasmo di chi sta creando un linguaggio e con la rabbia di chi deve scontrarsi per sostenerlo in un ambiente diffidente se non apertamente ostile. La collaborazione con i musicisti è il trait d’union tra Ferrer  e gli altri grandi poeti della tradizione tanguera, cosicchè quasi tutte le poesie raccolte nell’antologia Loco ella loco yo, sono fatalmente sottratte al disegno strutturale delle melodie e del  ritmo per cui sono nate. Ma neanche questa mutilazione riesce a spegnere la travolgente musicalità mentale e verbale che è all’origine della poesia di Ferrer. Una musicalità che come un dono angelico ha il potere di accendere le emozioni, sostenendo la loro grazia e i loro capricci anche nei passaggi più ermetici ed onirici. Anche questi ultimi, in fondo, continuano ad esprimere momenti d’intimità elegiaca del cuore, come se il poeta fosse votato a perdersi e ritrovarsi in quel flusso di immagini che trasmigrando costantemente in altre, disegnano il perenne movimento della sua anima. Ferrer si abbandona a questa sarabanda con la scioltezza di chi conosce i piaceri elastici della danza, spiando con instancabile curiosità le molteplici metamorfosi che lo riflettono dallo specchio ambiguo del tempo, così come dalle aporie dei sogni o dall’incerto confine tra le cose e le loro ombre. Nel suo magico silenzio musicale, tutta la raccolta pare innervare la sua forza visionaria sul progetto di celebrare il teatrale e sulfureo suono del tango nell’alveolo timbrico delle parole, appese alla linea poetica di una scrittura funambolica, ermeticamente sincopata e declinata in una versificazione che  si alimenta di accenni evitando qualsivoglia ridondanza. Un vorticoso pulviscolo d’oro sembra alzarsi dai suoi versi fatti di cose, azioni, sensazioni, nomi, ritratti, luoghi, pensieri, odori, sostanze carnali, intrecciati in un unico “accadimento di suono” (sempre Yves Bonnefoy) che dà piacere, tessendo con sensuale fantasia un pindarico elogio al tango. Un elogio al tango che per Ferrer è la terra dell’anima germogliata nell’universo di Buenos Aires, insieme sentimentale, mistico, barocco e spaesante topografia dello spirito. Buenos Aires, paradiso delle creature notturne in cui Ferrer scioglie gli incantesimi dei sui sogni per esorcizzare l’intollerabile divenire dell’esistenza. Sotto questo cielo immaginifico e polifonico dove Ferrer, oscillando tra vita e sogno, distillando estasi e malinconia, si concede il virtuoso coraggio di passare con pudore anche attraverso Shakespeare, intitolando una delle sue ultime pubblicazioni Shakespeare es mio. Ma sempre, anche quando non esplicitamente nelle liriche, coltivando il ruolo di vigilanza intellettuale e partecipazione critica nei confronti del tango, della sua storia e del suo destino. Custodendo nelle profondità spumose del cuore la devozione per la più probabile trinità tanguera: Gardel, Troilo, Piazzolla.